IPERTENSIONE ARTERIOSA: tra salute e stile di vita

L’ipertensione arteriosa sistemica rappresenta un fattore di rischio determinante per lo sviluppo e la progressione della malattia aterosclerotica, ed è per questo che ridurre la pressione arteriosa significa ridurre il rischio cardiovascolare globale.

La prevenzione delle malattie cardiovascolari (CV) rappresenta un’urgenza per i Paesi industrializzati sia per la loro diffusione in continua crescita che per la mortalità ad esse associata. Le malattie CV rappresentano infatti la principale causa di morte nell’Unione Europea, essendo all’origine del 40% dei decessi all’anno (circa 2 milioni), e un onere finanziario che nel 2006 ha ammontato a poco meno di 110 miliardi di euro. Ciò equivale ad un costo pro capite di 223€ all’anno, pari a circa il 10% della spesa sanitaria complessiva in tutta l’UE. [1]

Alla base delle principali malattie cardiovascolari troviamo l’Aterosclerosi, una malattia poli-distrettuale che può colpire ogni distretto dell’organismo da quello cardiaco, a quello cerebrale, renale o degli arti inferiori.

L’aterosclerosi è una malattia delle arterie caratterizzata dalla formazione di placche sulla superficie interna della parete arteriosa. [2] Queste placche sono capaci di modificare profondamente i vasi portando inizialmente ad una maggiore rigidità parietale e successivamente all’ostruzione del lume, impedimento alla normale circolazione del sangue (con riduzione della disponibilità di ossigeno al tessuto/organo irrorato dall’arteria malata), indebolimento della parete arteriosa e successiva dilatazione (aneurisma) e rottura. È una condizione che può interessare tutte le arterie ma, ovviamente, i suoi effetti si fanno maggiormente sentire dove maggiore è il flusso e la necessità di rifornimento, quindi nelle arterie principali.

Poiché si stima che circa l’80% degli eventi CV che insorgono prima dei 75 anni sia prevenibile, l’identificazione dei soggetti ad elevato rischio CV rappresenta uno degli obiettivi principali della prevenzione e costituisce la premessa necessaria per l’attivazione di azioni finalizzate alla riduzione dei fattori di rischio modificabili, dal cambiamento dello stile di vita all’intervento farmacologico. Troppo spesso infatti, si incorre nell’errore di identificare il trattamento terapeutico nella sola terapia farmacologica, senza porre la giusta attenzione in quello che è il punto fondamentale per una vita sana e di buona salute, ovvero un corretto stile di vita.

Una sana alimentazione, un regolare esercizio fisico e norme comportamentali corrette, oltre a poter rappresentare un’alternativa terapeutica ottimale, sono di fondamentale importanza per la buona riuscita di qualsiasi tipo di terapia.

Uno stile di vita malsano, al contrario, favorisce l’incidenza della malattia cardiovascolare e, qualunque sia la terapia messa in atto, esso sarà uno dei principali (se non il principale) fattore ad intervenire nel peggioramento della condizione del soggetto.

L’ipertensione è parte di una malattia ma può rappresentare essa stessa una malattia nel momento in cui viene trascurata e sottovalutata.

Ma che cos’è l’ipertensione arteriosa? Ne esistono di vari tipi?

L’ipertensione arteriosa può essere considerata probabilmente come uno dei più importanti problemi di sanità pubblica nei paesi industrializzati: è frequente, non determina sintomi, è di facile diagnosi, viene solitamente controllata con semplici interventi terapeutici, ma provoca spesso complicanze importanti se viene trascurata.

Nei casi in cui l’ipertensione non può essere considerata parte o conseguenza di un’altra malattia, si parla di “Ipertensione Essenziale”. [2]

Come forme di ipertensione secondarie vengono definite, invece, quelle ipertensioni che si possono considerare il risultato di una determinata malattia (spesso alterazioni endocrinologiche o renali) o dell’alterazione di un determinato fattore e in cui spesso, anche se non sempre, l’abolizione della malattia o l’eliminazione del fattore portano alla scomparsa dell’ipertensione. L’ipertensione secondaria comprende il 5-10% dei casi di ipertensione arteriosa.

Quando si parla di ipertensione?

Anche se è difficile fare una distinzione netta tra valori “normali” e “alterati”, la classificazione dei livelli di pressione arteriosa proposta è rimasta invariata negli anni (ESH/ESC linee guida) (Tabella 1) e l’ipertensione è definita tale per valori ≥ 140 mmHg PAS (pressione arteriosa sistolica) e / o ≥ 90 mmHg PAD (pressione arteriosa diastolica). [15, 16]

Tabella 1: Definizione e classificazione dei livelli di pressione arteriosa, ESH and ESC Guidelines

Tuttavia, oltre alla classificazione in gradi, è molto importante individuare la possibile presenza di danno d’organo. Le complicanze dell’ipertensione arteriosa possono, infatti, manifestarsi in diverse aree dell’organismo: a livello cerebrovascolare (attacco ischemico transitorio [TIA], ictus cerebrale), cardiaco (angina pectoris, infarto del miocardio, morte cardiaca improvvisa, scompenso cardiaco), vascolare periferico (arteriopatia occlusiva, aneurisma), renale o retinico (Figura 2).

Figura 2: Ipertensione e danno d’organo.

 

 

Quali sono i FATTORI DI RISCHIO?

Nell’eziologia dell’ipertensione, oltre alla familiarità e a condizioni patologiche che non sono riferibili alla volontà del paziente, sono stati identificati diversi fattori di rischio riconducibili a degli errori comportamentali e per questo MODIFICABILI, come:

  • il fumo di sigaretta,
  • un indice di massa corporea superiore ai 30 kg/mq,
  • livelli elevati di colesterolo,
  • una vita stressante,
  • mancanza di attività fisica.

 

 

Modifiche dello stile di vita

Il trattamento antiipertensivo rappresenta un mezzo di grande efficacia nella prevenzione della malattia cardiaca, ma molto spesso e troppo frettolosamente viene inteso come sola terapia farmacologica.

Iniziamo con piccoli cambiamenti… sembrano piccoli ma diventano enormi di fronte ai benefici che ci porteranno!

 

Restrizione sodica

Vi è l’evidenza di una relazione causale tra il rapporto di sale con la dieta e la PA. Inoltre, il consumo eccessivo di sale può contribuire allo sviluppo di ipertensione resistente.

Il normale introito di sale è tra i 9 e i 12 g/die in molti paesi del Mondo. È stato dimostrato che una riduzione di circa 5 g/die ha un modesto (1-2 mmHg) effetto nel ridurre la PAS nei soggetti normotesi mentre risulta più pronunciato (4-5 mmHg) nei soggetti ipertesi. Un’assunzione giornaliera di 5-6 g di sale è quindi raccomandata nella popolazione generale.[3]

A livello del singolo paziente, l’effettiva restrizione sodica è senza dubbio non facile da attuare. Si dovrebbe informare il paziente di evitare di aggiungere sale ai cibi con elevato contenuto sodico. Una riduzione dell’introito salino su scala globale rimane una priorità della salute pubblica, ma richiede un apporto dell’industria alimentare, dei governi e della popolazione in generale, essendo l’80% del consumo di sale coinvolto nel “sale nascosto”.

 

Limitazione del consumo di alcool

Studi sperimentali hanno valutato l’effetto della riduzione dell’alcool sulla PA.

Si dovrebbe raccomandare ai pazienti ipertesi di sesso maschile di ridurre l’assunzione di alcool a non più di 20-30 g. Nel caso delle donne ipertese non più di 10-20 g di alcool/die. Il consumo di alcool non dovrebbe eccedere di 140g alla settimana per gli uomini e 80 g per le donne. [17]

 

Alto consumo vegetale con riduzione di grassi

In un’alimentazione equilibrata nessun alimento è nocivo o deve essere eliminato. Tuttavia, in alcune condizioni (come in presenza di ipertensione) è importante fare più attenzione a cosa mangiamo. Diversi studi consigliano di ridurre l’apporto di grassi, soprattutto quelli di origine animale, aumentando quello di vegetali, come frutta e verdura, cereali ricchi in fibre ecc. [17]

 

Calo ponderale

Nei soggetti normotesi l’aumento del peso è associato ad un aumento della pressione arteriosa, mentre nei soggetti obesi ipertesi la perdita di peso porta ad una riduzione della pressione stessa o, nel caso siano sottoposti a trattamento, rende possibile la riduzione o l’abolizione di quest’ultimo. [4]

Il rapporto vita/fianchi è considerato il migliore fattore predittivo del rischio cardiovascolare e deve essere < 0,95 cm per gli uomini e <0,85cm per le donne. Vengono poi presi in considerazione l’indice di massa corporea (rapporto tra peso e altezza espressa in metri al quadrato), che già a valori di 25 nelle donne viene considerato ad alto rischio, e la circonferenza addominale che trova i suoi valori limiti nei 102 cm per gli uomini e negli 88 cm per le donne.

 

Esercizio fisico regolare

Studi epidemiologici suggeriscono che l’esercizio fisico regolare di tipo aerobico possa essere benefico sia per la prevenzione che per il trattamento dell’ipertensione, per ridurre il rischio cardiovascolare e per diminuire la mortalità. [5]

La dieta DASH

Alcuni ricercatori americani si sono a lungo chiesti come e in che rapporto l’alimentazione possa giocare un ruolo importante tra i fattori che regolano la pressione arteriosa. [6]

Da studi approfonditi condotti su centinaia di volontari è emerso che il programma alimentare “Dash” contribuisce a ridurre la pressione arteriosa sistolica di circa 6 mmHg e quella diastolica di circa 3 mmHg, dopo appena 2 settimane dall’inizio del nuovo regime dietetico. [6]

La parola DASH è l’acronimo di Dietary Approaches to Stop Hypertension ossia di approcci dietetici per fermare l’ipertensione. Essa, in realtà, è molto simile alla dieta mediterranea e si basa su un elevato apporto di cereali integrali, pesce, frutta e verdura. La riduzione del NaCl (sale da cucina) a 2,3 g al giorno, va di pari passo all’aumento del consumo di frutta, verdure e cereali che aumentano l’ingresso nel nostro corpo di Potassio e di fibre, favorendo l’abbassamento della pressione. [7, 8]

Per molti anni alimentazione e ipertensione arteriosa sono state tenute in relazione soltanto dalla famosa dieta iposodica; una dieta che, oltre ad essere ipocalorica, era caratterizzata da alimenti con basso contenuto di sodio.

Il contributo innovativo dato da questo studio, consiste nell’avvicinare alla dieta iposodica una precisa variabilità e scelta degli alimenti per il loro contenuto in antiossidanti.

Ad esempio: Vitamina C, Vitamina E, Selenio, da studi sperimentali, sono risultati capaci di migliorare l’efficacia dell’Ossido Nitrico [6, 10, 11, 12, 13]; un gas prodotto dall’endotelio, cioè da quello strato di cellule che rivestono la superficie interna di ogni vaso sanguigno. Quando le cellule endoteliali si rilassano, grazie alla presenza di NO, il vaso sanguigno si allarga permettendo una migliore circolazione sanguigna e quindi una migliore pressione arteriosa.

 

 

 

Conclusioni e riflessioni

L’importanza e lo stretto legame del binomio “alimentazione e buona salute” sono stati sottolineati anche dalla World Health Organization (WHO), che considera una nutrizione adeguata e la salute come diritti fondamentali dell’uomo. L’alimentazione, infatti, è uno dei fattori che maggiormente incidono sullo sviluppo, sul rendimento e sulla produttività delle persone, sulla qualità della vita e sulle condizioni psico-fisiche con cui si affronta l’invecchiamento.

Iniziare un trattamento terapeutico attraverso l’acquisizione di una sana alimentazione, è la strada più semplice e meno costosa, ma paradossalmente quella meno utilizzata.

Il più delle volte, infatti, viene attribuita all’alimentazione e alle modifiche dello stile di vita in senso lato, un’accezione negativa e di fallimento prima ancora di aver fatto dei tentavi. Si dovrebbe rivoluzionare un po’ l’idea generale, partendo prima di tutto dai medici e dai professionisti sanitari stessi, a cui il paziente si affida. Egli ha bisogno di essere motivato a seguire quel determinato tipo di terapia e ha bisogno di trovare intorno a sé un ambiente favorevole che gli permetta di farlo.

Mentre la scienza continua a confermare la stretta dipendenza di alcune patologie dallo stile di vita e da quello alimentare, la società e le istituzioni non fanno altrettanti progressi nel modificare positivamente il rapporto quotidiano delle persone con il cibo. Non abbiamo ancora compreso le dimensioni del fenomeno e difficilmente accettiamo che il nostro stile di vita abbia delle ricadute sulla nostra salute.

Il mondo contemporaneo è attraversato da un’importante emergenza alimentare. [14] Il cibo che scegliamo di mangiare, la filiera con cui lo produciamo, i modi e luoghi in cui lo consumiamo, incidono profondamente sui meccanismi che regolano la nostra società e la nostra epoca. Con il tempo la nostra alimentazione sta cambiando notevolmente. La moda americana degli hamburger caldi con patatine sta impoverendo e sovrastando la dieta mediterranea. La carne, che un tempo rappresentava il benessere, l’opulenza e la ricchezza, ora è diventata l’alimento più comune e di facile abuso. Frutta e verdura di stagione, che prima erano gli alimenti cardini di ogni famiglia, oggi sono invece quelli più cari e difficili da acquistare..

A influire abbondantemente sulle scelte alimentari della popolazione, poi, c’è anche la continua pubblicità di prodotti zuccherati e ricchi in grassi, alla quale siamo continuamente sottoposti, soprattutto durante le ore di fascia protetta. È stato calcolato che un bambino italiano assiste in media ogni cinque minuti a una pubblicità riguardante il cibo; questo ha la capacità di influenzare decisamente le sue preferenze alimentari senza ancora aver provato a mangiare i cibi pubblicizzati.

L’industria alimentare dovrebbe andare incontro alle esigenze della salute mondiale, perseguendo strategie in linea con le principali indicazioni nutrizionali, così come a quelle del consumatore, riformulando i prodotti già esistenti e dotandoli di adeguate etichette nutrizionali. I media dovrebbero fornire un’informazione corretta ed equilibrata, dando maggiore risalto alle fonti istituzionali, mediche e scientifiche e non alle diete emerse sotto l’impulso di nuove mode.

Una volta informato correttamente, il paziente, è in grado di fare consapevolmente le sue scelte, non perché imposte ma perché ragionate, preferendo la prevenzione alla cura, per sé e per la società.

 

BIBLIOGRAFIA

 

  1. ALLENDER S, SCARBOROUGH P, PETO V, RAYNER M. – European Cardiovascular disease statistics. 2008 edition.
  2. GENTILINI P. – Trattato di Medicina interna. Società Editrice Universo 1997. 
  3. GUILD SJ, MCBRYDE FD, MALPAS SC, BARRETT CJ. – High dietary salt and angiotensin II chronically increase renal sympathetic nerve activity: a direct telemetric study. Hypertension 2012;59:614–620.  
  4. ROMERO R, BONET J, DE LA SIERRA A, AGUILERA MT. – Undiagnosed obesity in hypertension: clinical and therapeutic implications. Blood Press 2007;16:347–353. 
  5. CORNELISSEN VA, FAGARD RH. – Effects of endurance training on blood pressure, blood pressure-regulating mechanisms and cardiovascular risk factors. Hypertension 2005; 46:667–675.
  6. ROBERTS CK,; VAZIRI ND; BARNARD RJ;- Effect of Diet and Exercise Intervention on Blood Pressure, Insulin, Oxidative Stress and Nitric Oxide Availability. Circulation 106: 2530-2532, 2002.
  7. JOHN H.EISENACH, LEAH R.GULLIXSON, SUSAN L.KOST, MICHAEL J.JOYNER, STEPHEN T.TURNER, WAYNE T.NICHOLSON. Sex differences in salt sensitivity to nitric oxide dependent vasodilation in healthy young adults. J Appl Physiol 112: 1049-1053, 2013.
  8. Effects of Dietary Nitrate on Blood Pressure in Healthy Volunteers. The New England Journal of Medicine 335,26.
  9. GALLEY HF, THORNTON J, HOWDLE PD, WALKER BE, WEBSTER NR, Clinical Oxidant research Group, St James’s University Hospital, Leeds, U.K. and Academic Unit of Anaesthesia and Intensive Care, University of Aberdeen, Aberdeen, U.K. – “Combination oral antioxidant supplementation reduces blood pressure” – Clincal Science 92: 361-365, 1997.
  10. DESIDERI G., MARINUCCI MC, TOMASSONI G., MASCI PG, SANTUCCI A., FERRI C.. – Vitamin E supplementation reduces plasma vascular cell adhesion molecule-1 and von Willebrand factor levels and increases nitric oxide concentrations in hypercholesterolemic patients. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 87: 2940-2945, 2002. 
  11. TADDEI S, VIRDIS A, GHIADONI L, MAGAGNA A, SALVETTI A, – Vitamin C improves endothelium-dependent vasodilation by restoring nitric oxide activity in essential hypertension. Circulation 100: 1400-1405, 1998. 
  12. APPEL L.J., SACKS F.M., CAREY V.J., OBARZANEK E., SWAIN J.F., MILLER E.R., CONLIN P.R., ERLINGER T.P., ROSNER B.A., LARANJO N.M., CHARLESTON J., MCCARRON P., BISHOP L.M.. – Effects of Protein, Monounsaturated Fat and Carbohydrate Intake on Blood Pressure and Serum Lipids. American Medical Association, Vol 294, No 19, 2005.
  13. CAPPELLI P, VANNUCCHI V. Chimica degli alimenti: conservazione e trasformazione. Zanichelli.
  14. BARILLA G, TESTORI COGGI P, RICCARDI G, SASSI F, RICORDI C, et al. – Food for health. Paradossi alimentari e corretti stili di vita in una società che cambia.
  15. 2003 European Society of Hypertension-European Society of Cardiology guidelines for the management of arterial hypertension. J hypertens 2003; 21: 1011-1053 
  16. 2007 Guidelines for the Management of Arterial Hypertension: The Task Force for the Management of Arterial Hypertension of the European Society of Hypertension (ESH) and of the European Society of Cardiology (ESC). J Hypertens 2007;25:1105–1187.
  17. “Livelli di Assunzione giornalieri Raccomandati di energia e Nutrienti per la popolazione italiana” – Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU).

 

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